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Pensare ogni cosa fino a far tremare la gente

Riflessioni scaturite dalla lettura di In difesa delle cause perse di Slavoj Zizek

Di questi tempi beceri, dominio del cinismo individualista, dove il desiderio è destituito dei suoi fondamenti, la creatività ridotta a strumento di produzione, la fantasia è niente più che smaniosa ricerca di soddisfazioni edoniste , è confortante sapere che c’è qualcuno che si crucci di riportare nell’alveo delle discussioni possibili motivi come la rivoluzione e l’utopia. La persona è il filosofo Slavoj Zizek, il luogo il suo ultimo libro, In difesa delle cause perse (materiali per una rivoluzione globale).

Parlare oggi di utopia, rivoluzione, ideologia marxista e terrore significa prestare il fianco a qualunquiste squadracce di critici deboli del pensiero forte, che forti dello stabilito consenso di cui godono le nozioni (stravolte) di democrazia, tolleranza, realismo e così via non perderanno un attimo a lanciarsi in rimproveri di ingenuità, eversione, inadeguatezza culturale, incapacità di interpretare i tempi.

Chiunque può sperimentare la difficoltà di un discorso pubblico in cui si tenti di restituire valore a concetti e metodi  come la rivoluzione armata, l’uso della violenza, la scelta del terrore e dell’imposizione autoritaria, concetti inquinati dal tempo e dagli eventi ,ma che hanno svolto un ruolo innegabilmente fondamentale nell’acquisizione degli stessi valori e diritti in nome dei quali oggi si cerca di segregarli ai margini di qualsiasi discussione politica o sociale che possa essere considerata accettabile.

Il discorso si fa ancora più difficile quando si è costretti a scontrarsi con la piatta generalizzazione tanto in voga di questi tempi, per cui tutte le rivoluzioni sono uguali, ogni atto violento ha il medesimo valore, ogni ideologia è destinata a fallire perché così ha decretato la storia e così via. È curioso notare quanto la ferma determinazione, il dogmatismo cieco, la sicurezza ai limiti del fanatismo religioso che caratterizza questi alfieri della tolleranza a tutti i costi, del pensiero debole, del politicamente corretto fino alla nausea sia così affine ai tratti più riprovevoli dei totalitarismi e delle violenze ad essi connesse che tanto si affannano a condannare.

Chi esprime una qualsivoglia vicinanza a queste tematiche è presto messo in croce virtualmente, lapidato verbalmente, esposto alla gogna dell’opinione pubblica. Basta pensare ai politici di cosa nostra che nello stesso momento  in cui condannano vere o presunte violenze di piazza, reali o immaginari comportamenti sovversivi d’altri tempi, senza rendersene o renderne conto danno il meglio di loro in esplosioni di inusitata violenza verbale od assumendo e propagandando comportamenti oltre i limiti del razzismo e dell’intolleranza, minando la struttura simbolica delle istituzioni di cui sono incarnazione, questo si vero esempio di eversione del sistema dei valori sui quali il sistema si fonda.

Il passaggio dal reale al virtuale, vero elemento differenziale della nostra epoca, ha infatti consentito a quel quadrante dello scacchiere politico che vive e prospera di totalitarismo e populismo demagogico di continuare a giocare la sua partita, che per un istante era sembra in situazione di stallo, semplicemente effettuando un passaggio dall’atto al discorso politico, mascherando così la portata distruttiva del proprio agire all’assonnata opinione pubblica, che, apatica e indolente, è più che felice che qualcuno si occupi di inscenare una simulazione che la metta al riparo dal rischio di scorgere la sua reale natura, che formalmente essa stessa condanna.

I paesi sottosviluppati oggi si colonizzano ancora, ma mediante azioni di capitalismo; lo straniero non viene più importato a guisa di schiavo, ma viene a farsi sfruttare volontariamente (anche se non gli si rende il cammino agevole); chi professa credi religiosi esotici non viene più messo al rogo ma tutt’al più gli si impedisce di costruire luoghi di culto; persino le crociate sono diventate complesse operazioni di export, in questo caso di democrazia. Ma al di là del maquillage che rende più sopportabile e piacevole lo spettacolo di tutta una serie di contemporanee atrocità le dinamiche di base non cambiano di una virgola.

Come si inserisce in questo contesto la riscoperta di visioni démodé come l’utopia rivoluzionaria e l’ideologia marxista? È proprio la natura subdola ma persistente della reazione, apparentemente inscritta nei confini accettabili della democrazia, a chiamare in causa la necessità di un’azione rivoluzionaria.  Si può affermare che la forma della democrazia è ingannevole, anche un personaggio come Hitler, dopotutto, è arrivato al potere per mezzo di elezioni tutto sommato regolari. Lo stesso Mussolini, per rimanere in patria, era considerato come un utile quanto temporaneo mezzo per normalizzare una situazione che sfuggiva di mano, ruolo che calza a pennello al primo Berlusconi, che entra in politica nel vivo dello sconquasso politico ed economico per evitare il realizzarsi di una situazione ancor più destabilizzante e nociva per lo status quo.

Credere che questa nuova forma tutto sommato (sempre meno) accettabile di populismo sia abbastanza innocua da deporre (metaforicamente) le armi dell’ideologia questo si sarebbe un atto di ingenuità. A una tale potenza di fuoco (economica, comunicativa, politica) va risposto con la risolutezza e l’estremismo massimalista di un rivoluzionario dei nostri tempi. Cercare la strada dell’alternanza democratica (modello PD) o scendere sul piano della violenza demagogica verbale (modello Di Pietro) non potrà che rivelarsi un piano fallimentare. Non ci si può prefigurare una civile alternanza con chi col suo agire mina volontariamente le fondamenta dell’edificio democratico stesso. A maggior ragione la soluzione non può essere quella di diventare il suo lato oscuro, l’oppositore che usa con meno dimestichezza le armi dell’avversario perché incapace di concepirne le proprie.

La sfida sta nel reinventare, proprio come fatto dai nostri avversari politici, i valori e gli strumenti che storicamente ci appartengono. Riscoprire il valore di una resistenza messa in atto soprattutto quando il nemico pare invincibile.  Ritrovare il coraggio di difendere le proprie posizioni proprio quando queste sembrano indifendibili. Rintracciare il gusto di fare ciò che è giusto perché è la cosa più contestata e impopolare.

Proprio in questo ci aiuta Zizek, che nel suo libro compie una vera e propria azione di valutazione, nel senso puramente nietzscheano del termine, di visioni, principi ed azioni dei personaggi e periodi storici più grevi della nostra storia. Da Robespierre a Mao, dalla Russia Stalinista alla Germania Nazista e così via il filosofo analizza e soppesa, in uno sforzo interpretativo teso a sottrarre quanto di positivo ed istruttivo risiede in quelle esperienze dal buco nero della condanna plenaria della storia.

La terza parte ed ultima parte del libro, intitolata significativamente Che fare? si propone proprio di suggerire i modi in cui applicare al contesto globale contemporaneo le lezioni apprese dalle analisi precedenti. Si conceda il lettore, se sufficientemente incuriosito, il diritto/dovere di scoprire i materiali che il filosofo ci mette a disposizione per mettere in atto la prossima rivoluzione globale.